Introduzione del responsabile scientifico al Festival dell’Economia 2011 Trento 26 maggio – Napoli28 maggio – Trento/Rovereto 2 – 5 giugno

Agli inizi degli anni ’90 ho seguito, dalla tribuna privilegiata dell’OCSE, la transizione ad una economia di mercato dei paesi dell’ex blocco sovietico. In una delle missioni a Est dovevo recarmi a Bratislava, via Vienna. Dato che l’aereo era in ritardo e rischiavo di far saltare un incontro importante, un mio collega viennese si offrì di portarmi in Slovacchia con la sua automobile, attraverso il corridoio riservato ai cittadini austriaci. Mi avrebbe risparmiato almeno un’ora di tempo secondo i suoi calcoli. Accettai di buon grado date le circostanze. L’unico problema è che, seppur dotato di passaporto diplomatico, non ero, neanche allora, un cittadino austriaco. La frontiera austriaca e quella slovacca in quel corridoio distano alcuni chilometri l’una dall’altra. Nessun problema alla frontiera austriaca dove non fu neanche richiesto il nostro passaporto. Bastava la targa viennese. Ma arrivati al confine slovacco, i solerti ufficiali che ci chiesero il passaporto, una volta scoperta la mia vera nazionalità, non ci permisero di entrare. Fummo così costretti a un dietrofront. Questa volta gli ufficiali austriaci, sorpresi di vederci tornare sui nostri passi, ci chiesero il passaporto e, una volta stabilito che non ero né slovacco, né austriaco, rifiutarono anch’essi di farci passare. Ci vollero lunghe telefonate all’ambasciata austriaca e un fax che chiariva l’obiettivo della nostra visita per permetterci finalmente di tornare in Austria e, di lì, di entrare in Slovacchia questa volta da una frontiera accessibile anche ai non austriaci. Ovviamente il mio incontro fu rinviato. Ma in quell’ora passata nella “terra di mezzo” ho provato a immaginarmi cosa avrebbe significato per me vivere in quei 5 chilometri che separavano le due frontiere, tra un paese ancora largamente a economia pianificata e un’economia di mercato con forte presenza pubblica.
La Grande Recessione ci ha lasciato in eredità molte terre di mezzo, molti confini non ben definiti tra l’iniziativa privata e quella pubblica. Alla crisi finanziaria è seguita quella del debito pubblico e i governi hanno dovuto correre ai ripari. I piani di consolidamento fiscale spesso contemplano tagli a programmi di spesa, anziché un aumento delle tasse. Il nuovo Patto di Stabilità e Crescita non guarda solo ai saldi ma chiede esplicitamente di tagliare la spesa pubblica. Il consolidamento fiscale tende così a ridisegnare i confini dell’intervento pubblico interrompendo l’avanzata pressoché inarrestabile del Leviatano pubblico nel dopoguerra, quando la quota di spesa pubblica sul prodotto interno lordo è raddoppiata in molti paesi. Le domande che politici ed economisti si pongono riguardano non solo cosa tagliare, ma anche come. C’è chi, come la cancelliera Merkel, chiede ai governi dell’area dell’Euro di introdurre nelle loro costituzioni, dunque in leggi che sono poi difficili da cambiare, l’obbligo di rispettare il vincolo del bilancio pubblico in pareggio. Questo significa privarli della possibilità di condurre politiche anticicliche, per attenuare gli effetti della recessione. Il governo inglese si propone di ridurre il ruolo dello Stato nella protezione sociale, coinvolgendo in prima persona il cosiddetto terzo settore, passando dal “Welfare State” alla cosiddetta “Welfare Society” o alla “Big Society”. E’ una scelta difficile perché la globalizzazione ha portato con sé un aumento della domanda di protezione sociale. Da noi ci si continua ad affidare alla famiglia come ammortizzatore sociale. Pressoché ovunque nei paesi avanzati l’invecchiamento della popolazione fa aumentare la spesa previdenziale e la domanda di prestazioni sanitarie. Se non si vuole che lo Stato diventi ancora più grande, è inevitabile che ci sia un maggiore coinvolgimento del settore privato nella fornitura di questi servizi. Come distinguere i compiti del pubblico e del privato nella previdenza, nella sanità e anche nell’istruzione?
Nonostante in molti paesi si cerchi di ridurre il debito tagliando la spesa pubblica, sarebbe sbagliato concludere che è in atto ovunque un processo di arretramento del ruolo dello Stato in economia. La crisi ha portato con sé un incremento delle aree regolamentate in cui vengono imposti limiti alla libera iniziativa privata, al punto da far gridare alla violazione delle libertà individuali. La scelta, ad esempio, dell’amministrazione Obama di imporre per legge la sottoscrizione di assicurazioni sanitarie obbligatorie ha scatenato una guerra di ricorsi alla Corte Federale. Riaffiorano anche forme di protezionismo, si costruiscono fondi strategici per opporsi all’acquisto da parte di investitori stranieri di imprese nazionali e si propone di reintrodurre le restrizioni agli scambi commerciali precedentemente abolite. C’è chi tra gli economisti, tradizionalmente ostili a imporre restrizioni al libero scambio, trova nuove ragioni per proteggere l’industria nazionale. Non è più un tabù anche parlare di “nuova politica industriale” tra chi in passato si era pronunciato apertamente contro gli aiuti di stato a settori specifici. Si discute non solo di imporre tetti alle retribuzioni delle superstar, ma anche di limitare la dimensione di alcune imprese, soprattutto nel settore finanziario, per impedire che queste diventino “troppo grandi per fallire”. Ci si difende dall’arrivo di capitali esteri, definendo come strategici settori che hanno ben poco a che vedere con considerazioni legate alla difesa nazionale, alla sicurezza o all’ambiente. Si procede ad erigere nuove barriere alla libera circolazione delle persone, anche di quelle che fuggono da aree del pianeta dove divampano sanguinose guerre civili o sono in atto violente repressioni dell’opposizione interna, se non veri e propri genocidi. Insomma, la regolamentazione e restrizione della libera iniziativa privata è tutt’altro che delegittimata e spesso conquista nuovi traguardi suscitando l’indignazione dei pensatori liberali.
In questa sesta edizione del Festival cercheremo di permettere a tutti di farsi un’idea sulle questioni complesse che definiscono i nuovi confini alla libera iniziativa privata che vengono posti in essere in diverse parti del pianeta. Si cercherà di capirne la ragione, di metterne in luce gli effetti utilizzando, come sempre, le categorie, gli strumenti analitici, degli economisti, ma chiedendo aiuto anche ad altre discipline, come il diritto e la filosofia. Introdurremo, come sempre, nuovi formati per le discussioni, a partire dai “pro” e “contro” in cui i partecipanti, tutti, verranno chiamati a pronunciarsi su questioni importanti e complesse, prima e dopo il confronto fra i diversi relatori. Sarà un esperimento anche per valutare il valore aggiunto del Festival nel cambiare le percezioni, se non le opinioni, di quel pubblico sempre attento e informato che ormai da sei anni si ritrova a cavallo tra maggio e giugno in quella città straordinaria che è Trento.

Tito Boeri

Responsabile scientifico del Festival dell’Economia. E’ professore di Economia presso l’Università Bocconi di Milano, direttore scientifico della Fondazione Rodolfo Debenedetti, fondatore del sito www.lavoce.info e founding editor di www.voxeu.org. È research fellow del Center for Economic Policy Research (CEPR) di Londra, del Forschungsinstitut zur Zukunft der Arbeit (IZA) di Bonn e del Davidson Institute dell’Università del Michigan. È membro del consiglio della European Economic Association. È stato senior economist all’Ocse a Parigi e consulente di Banca Mondiale, Commissione Europea, Fondo monetario internazionale e Governo Italiano. Ha pubblicato undici libri con Oxford University Press, MIT Press e Princeton University Press ed è autore di diversi saggi su riviste scientifiche internazionali. È editorialista della “Repubblica”.Tra le sue più recenti pubblicazioni in italiano: Classe dirigente (di cui è curatore assieme ad Antonio Merlo e Andrea Prat), Università Bocconi (2010); La crisi non è uguale per tutti, Rizzoli  (2009); Un nuovo contratto per tutti, con P.Garibaldi, Chiarelettere (2008); Contro i giovani (con V. Galasso), Mondatori (2007).